05 dic 2011

Profumo di opera - special issue

 
Milano.
Teatro alla Scala.
Anteprima dell’opera di apertura della stagione 2011-2012 (la prima sarà il 7 dicembre).
Don Giovanni.
Mozart.
 
Impossibile non esserci. Il classico non stufa mai, mi ripeto mentalmente prima di affrontare tre ore e quindici minuti divisi in 2 atti. Almeno lo spero. Anzi, lo scongiuro.  
Ma se la scenografia è scarna e don Giovanni non indossa abiti tipici del ‘700 ma può scegliere, assistito dal suo servitore Leporello, tra abiti anni ’50, giacche doppio petto anni ’30 e accessori in stile anni ’80, ’90 e ’00, allora tutto cambia. 
 
La scenografia, praticamente inesistente, invita a porre l’attenzione su questi uomini e queste donne di un tempo senza tempo che indossano abiti ed accessori presi (apparentemente) a casaccio dall’armadio dei nonni, dei genitori e dei fratelli maggiori.  
Tutto in stile classico, perché si sa, don Giovanni è pur sempre un “signore”. Il classico elegante, quello non stufa mai e che sembra quasi uscito dalle collezioni di Armani. Certo, re Giorgio è sempre in mezzo; a Milano poi gioca in casa. Infatti tra i palchi serpeggiano i commenti delle sciure milanesi che dicono che i costumi curati da Brigitte Reiffenstuel siano proprio di Giorgio Armani. Con lui si va sul sicuro in effetti. Immaginate un’opera con i costumi disegnati da Levi’s. Negli Stati Uniti ce lo possiamo anche aspettare, a Milano no.
 
 
Un incrocio di stili che va a braccetto con una storia che tanto lontana dai nostri tempi non è. Quanti don Giovanni abbiamo incontrato nella nostra vita? E quanti ne incontreremo, uomini o donne che siano. Stupendo vedere sul palco donna Elvira, sedotta e abbandonata dall’uomo che ama (quanti flashback avranno le lettrici in questo momento – ma anche i lettori), che cammina sul palco con un abito anni’50 e con sè due valigie a quattro ruote, come quelle che si vedono spinte e trascinate in giro per gli aeroporti o le stazioni. In che anno siamo? Non lo so, non lo voglio neanche sapere. L’amore, la seduzione e l’abbandono sono senza tempo.
 
La storia procede abbastanza veloce. Le tre ore e quindici minuti quasi non si sentono. Alla fine siamo tutti don Giovanni, donne Elvira un po’ sfortunate e Leporelli, servitori di padroni ingrati e soprattutto senza scrupoli. Facile immedesimarsi non solo nei personaggi ma nell’opera stessa.
 
Pentiti! Grida il fantasma del Commendatore a don Giovanni. Pentiti! Le fiamme dell’inferno si aprono. Lui ha fatto soffrire tante persone ed è giusto che sia lui ora a soffrire. Pentiti!
Niente. Non si pente. Ma alla fine chi sarà a sprofondare nelle fiamme dell’inferno? Chi l’avrà vinta in un finale dove tutto è il contrario di tutto? Almeno in questa versione.
Alla fine vincono sempre i buoni principi?
Non ve lo dico.
 
Vi dico solo che i costumi sono meravigliosi, la scenografia ha un senso logico nella sua inesistenza, anche se si tratta di un’idea già vista e rivista. Ma è l’opera, l’aria chic che si respira quando si entra a teatro che ci ricorda di spegnere l’iphone e di calarci sul palco (idealmente) per essere vittima e carnefice allo stesso tempo. Se poi aggiungete che ho visto l’opera prima di Valeria Marini che arriverà come sempre in pelliccia il 7 dicembre… beh, l’opera regala sempre grandi soddisfazioni.  
 
E per concludere. A quel cafone che si è alzato a metà del secondo atto, seduto davanti a me perché a suo dire gli faceva male la gamba ma in realtà voleva solo vedere meglio il lato b dell’attrice, ricordati: non si indossa mai una giacca viola a teatro. Soprattutto se orribile come la tua. 

Se avete bisogno compulsivo di fashion, consigli o soltanto voglia di farmi qualche domanda potete scrivermi qui  


Grazie a:
www.treatroallascala.it






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